Come i massi erratici testimoniano le antiche presenze di ghiacciai, così i “Rami Erratici” di Vincenzo Paonessa evocano nel Monferrato lontani incontri di viaggiatori. E pure il termine “trovanti”, utilizzato dai naturalisti alpini per definire i misteriosi massi, si sposa perfettamente con il progetto dell’artista calabrese. Paonessa invita a seguire le sue ramificazioni: trovare, ritrovare, trovarsi, nella contemplazione silenziosa del paesaggio. Varcata la soglia delle pievi, la scoperta continua con le installazioni di frammenti e di microcosmi.
Filiformi intrecci di braccia tese a disegnare trame nel cielo, i “Rami Erratici” di Vincenzo Paonessa accolgono i viandanti evocando canti di antiche pietre, suoni di incontri, preghiere mormorate e viaggi nell’anima. Invitano a una sosta, suggeriscono di entrare in queste antiche pievi, per scoprire all’interno
le installazioni che riassumono le ricerche dell’artista, proiezioni ancestrali catturate tra terra e cielo. Sulla scia di Beyus, nella ricerca di una connessione tra natura e arte, Paonessa innesta i rami sui capitelli corinzi, e fa memoria della leggenda della loro ideazione. Come il cesto di vimini lasciato dalla fanciulla sulla tomba della nutrice accoglie le foglie rigogliose dell’acanto e ispira lo scultore greco Callimaco, così i capitelli di Paonessa evocano l’architettura classica della sua terra calabra e si innestano sulla vegetazione della terra mantovana, che da anni lo ha adottato. Seguendo i rami, destinati a restare tra le colline come sentinelle e sulle mappe come stelle di una più ampia costellazione, si traccia un percorso
nel Monferrato, magnifica terra dove ci si perde e ci si ritrova in un dolce vagabondare. Si arriva quindi alla scoperta delle installazioni dell’artista, accolte pro tempore nelle pievi, laddove trova spazio il suo percorso cosmico. Nelle installazioni dei “Frammenti” le ceramiche policrome, spezzate e ricomposte come scrigni polimaterici, sono esplosioni di stelle pronte a rinascere sotto una nuova forma mentre le “Faglie” sono piante di città o di edifici (come quella della “Consolazione” di Todi) tradotte in argille nere, pronte a staccarsi dal suolo per immergersi nell’Universo. Così accade per le “Zolle”, ovvero le piante degli edifici rielaborate a partire dall’Encyclopédie, stampate, cucite, manipolate, che diventano un tappeto volante verso l’infinito. Un infinito che si ritrova negli “Scassi” monocromi, una sorta di cassaforte dove Paonessa tiene custoditi i tesori più preziosi del proprio microcosmo, in un angolo speciale dello spazio immenso. Nella natura selvaggia calabra, come nelle colline monferrine, tra le foglie egli cela e protegge il sottobosco emozionale dei ricordi e delle proprie radici. Ma Paonessa non dimentica nemmeno il valore dell’ironia, quella leggerezza indispensabile al vivere, e lo fa con l’installazione “Sono cavoli”. Da un lato l’omaggio alla perfezione della figura geometrica dei frattali, presente in questi ortaggi come una narrazione dell’infinito che si cela nella natura, dall’altro la denuncia della fragilità dell’ecosistema. Come i “Rami Erratici”, sono anch’essi degli indizi di “trovanti”, e fanno parte di una costellazione tracciata come in cielo così in terra.
Paola Artoni